Campo 360 Ndarugu

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Descrizione

C’è una chiesetta in Kenya a 30 km da Nairobi, a più di 5.000 km dall’Italia.

L’hanno costruita militari italiani nel 1942 all’interno del loro campo di prigionia P.O.W. 360 di Ndarugu.

La Seconda Guerra Mondiale era ancora in corso, ma l’Africa Orientale Italiana aveva già cessato di esistere.

La religione offriva un punto di riferimento sicuro e in questa chiesa i prigionieri venivano a cercare conforto e tenere viva la speranza.

Solo dopo altri cinque anni i diecimila prigionieri di questo campo sono tornati a casa.

Una storia che non va dimenticata.


Aldo Manos, classe 1933, di famiglia Dalmata italiana, è laureato in Giurisprudenza e in Scienze Politiche all’Università di Genova. Ha insegnato Diplomazia dell’ambiente a Gorizia. Alle Nazioni Unite dal 1962 al 1990 ha lavorato a New York e Bangkok.

A Nairobi nel 1973 è stato tra i padri del Programma dell’ONU per l’Ambiente (UNEP), a Ginevra direttore per l’Europa e ad Atene primo Co-ordinatore del Piano d’Azione per il Mediterraneo. Risiede a Venezia e a Nairobi in Kenya dove si interessa alla storia dei 50.000 prigionieri italiani durante la Seconda Guerra Mondiale.

Ha creato e gestisce il sito web www.prigionieriinkenia.org dove raccoglie testimonianze, fotografie e ricordi dai molti discendenti dei prigionieri che continuano a di- mostrare un commovente interesse per la loro storia.


Il volume è la prima opere della collana “Culture Aperte” diretta da Ornella Urpis, dell’Università degli Studi di Trieste.


IL VOLUME È DISPONIBILE SU

DALL’INTRODUZIONE DEL PROF. FEDERICO BATTERA

Il libro di Aldo Manos è un volume sulla memoria. Per un paese che vive i suoi fatti d’armi come qualcosa di lontano o qualcosa da lasciare nell’oblio, specie se legati alla pagina oscura del Fascismo, contributi come questi ricollocano nel loro giusto posto esperienze anche dolorose ma piena di speranza, come quella degli Italiani prigionieri in Africa. Solo in minima parte essi sono Italiani d’Africa. In larga parte probabilmente coscritti, essi diventano protagonisti di questa storia, tragica nel suo epilogo. L’esperienza africana dell’Italia finisce lì, fatta eccezione per l’A.F.I.S., ma nondimeno il suo triste epilogo testimonia della fiducia e dell’umanità dei suoi ultimi protagonisti. Le mani che in condizioni di estreme difficoltà, dal clima alle pessime condizioni sanitarie, solo accennate con pudore nel libro, costruiscono quella Chiesetta nel campo 360 di Ndarugu, tra Thika e Nyeri nello splendido altipiano centrale del Kenya, sono le stesse che poi si ripeteranno nell’impresa di ricostruzione del Paese all’uscita dal conflitto mondiale. È a questa laboriosità e al fiducioso ottimismo che il libro è dedicato.

Tutto parte da una scoperta. Aldo Manos viene a conoscenza di un sito già sede di un campo di prigionia. Uno dei molti dove gli Italiani sconfitti in Etiopia sono destinati. Vi è lì un piccolo luogo di culto, ormai abbandonato anche se non fatiscente, poiché affidato alla pietà locale. Insieme ad esso, altri manufatti. Monumenti alla memoria, testimoni di quel passaggio, temporaneo certo per i più, ma che ha mietuto inevitabilmente le sue vittime. È un monumento dimenticato ma che Manos si preoccupa di salvare. Vi dedica con abnegazione parte del suo impegno. Aldo Manos ha, infatti, ricoperto incarichi importanti, nel settore privato, nelle Nazioni Unite, come esperto di questioni ambientali e diplomatico, e come docente universitario, e l’umanità del luogo lo tocca. Smuove ostacoli burocratici. I molti che si possono incontrare in un paese in via di sviluppo. E tocca la sensibilità e la pietà delle genti locali oltre che all’interessamento dei molti discendenti dei prigionieri. Riesce anche nell’impresa di toccare le istituzioni italiane, compito spesso non facile e, se sia stato capace di superare un eventuale disinteressamento di queste non è dato di sapere. Non vi è alcun vanto nell’impresa ma solo pudore.

Il libro è toccante perché ti cala in un’esperienza di sofferenza e speranza senza troppo evocarla. Rimanda ad altre testimonianze, elencate nelle molte appendici e nella bibliografia dove si scopre i numerosi libri memorialistici dedicati allo stesso tema, dove i protagonisti si raccontano. Le appendici preziosissime, dunque, testimoniano dello sforzo, commovente, dei singoli in questa operazione di ricordo. Aldo Manos ci fornisce un elenco di prigionieri italiani in Kenya di cui si ha traccia su internet insieme ai molti missionari della Consolata internati negli stessi campi (l’ampia diffusione del cattolicesimo in quelle zone deve molto all’azione di missionariato italiano). Aldo Manos è anche autore e curatore del prezioso sito prigionieriinkenya.org che si propone di raccogliere il maggior numero di notizie sui prigionieri di guerra italiani in Kenya durante la Seconda Guerra Mondiale, notizie che si trovavano fino ad oggi sparse in varie fonti. 

Il libro ci rammenta dello sforzo individuale tipico del genio italiano, ma anche dello sforzo collettivo da sud a nord, di un popolo che dà il meglio di sé nei momenti di difficoltà. Della laboriosità e generosità di questo popolo e delle sue testimonianze nel mondo. È soprattutto nella manifattura e nell’artigianato che l’Italia lascia una traccia nel mondo. Nel piccolo, lo fa anche in un luogo di sofferenza.

Culture aperte, la collana che ospita questa testimonianza, con questo libro contribuisce a farci scoprire un’altra traccia della cultura italiana e il suo intersecarsi con mondi diversi.

Prof. Federico Battera, Storia ed Istituzioni dell’Africa – Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali – Università degli studi di Trieste