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Dallavalle al Circolo Canottieri Olona

Si svolgerà il prossimo 8 maggio a Milano la prima presentazione del volume di Elisabetta Dallavalle “Tutta questione di benessere”, edito da Licosia, con la prefazione di Francesco Rotondi, che è anche direttore della collana che ospita l’opera (intitolata “Il lavoro è cambiato. Cambiamo le regole”) e con la postfazione del padre dell’Economia civile in Italia, il professore Stefano Zamagni.

In occasione della presentazione, oltre all’autrice interverranno, Francesco Rodonti, in qualità di direttore della collana editoriale, ma anche come cofouder dello studio legale LabLaw; Nunziante Mastrolia, editore di Licosia; e Filippo Di Nardo, saggista e giornalista.

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Cartoni a “Scritture in Bottega”

Si svolgerà domenica 28 aprile, alle 17, il secondo appuntamento di “Scritture in Bottega”, la rassegna alla Bottega del Libro di Macerata, storico centro di aggregazione per i bibliofili maceratesi, in corso della Repubblica, dove, all’ora della merenda, la letteratura incontra altre forme d’arte, per scoprire nuove suggestioni e significati inediti, invitando tutti a ritrovarsi per toccare la scrittura e ascoltarne il respiro.

In questa seconda giornata, lo scrittore fabrianese Alessandro Cartoni subirà un vero e proprio “terzo grado” sul suo ultimo romanzo, Reclusione (Licosia editore), un teso tuffo nelle profondità tortuose di un cuore esasperato, in cui il noir si fa analisi spietata dei sentimenti e dei rancori che l’esistenza sedimenta nell’animo. A far toccare con gli occhi le atmosfere acide e oscure della narrazione ci saranno gli indizi fotografici, frutto della creatività di Paolo Brasca, Meri Desideri, Lisa Grelloni, Michele Capozucca e Ginevra Castagna.

Al termine della presentazione performativa previsto un piccolo momento conviviale offerto dagli esercizi commerciali del centro storico MagaCacao e Ca’BARet.

La rassegna è organizzata in collaborazione da Umanieventi e Bottega del Libro ed è patrocinata dal Comune di Macerata. L’ingresso è libero.

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Ponte Milvio, incontro letterario “Il romanzo dei destini incrociati”

Venerdì 12 aprile, a Ponte Milvio,  gli scrittori Emanuela Amici e Nikita Placcosono protagonisti dell’incontro letterario Il romanzo dei destini incrociati, un confronto tra due penne della narrativa contemporanea che approfondiscono, nei loro romanzi, gli aspetti più complessi dei legami di famiglia.

Affrontano entrambi – nei loro romanzi – temi quali le dinamiche di famiglia, i segreti celati e il condizionamento dei “non detti”: Emanuela Amici con Quello che resta (Ianieri Editore) e Nikita Placco con Il giorno di cui non si parla (Licosia) sono al centro di un incontro letterario che approfondisce e mette a confronto modi, stile e linguaggi narrativi con cui si indagano, si sezionano e si risolvono tematiche attuali e complesse.

L’incontro, dal titolo Il romanzo dei destini incrociati, si terrà venerdì 12 aprile alle 19 presso la libreria Libri & Bar Pallotta – Piazzale di Ponte Milvio 23; qui gli autori – dialogando con il giornalista Giommaria Monti e la sociologa e consulente familiare Chiara Narracci – presenteranno ognuno il proprio romanzo.

Irene è una scrittrice che convive da sempre con una gelosia irrisolta nei confronti della sorella Sara. Una linea sottile di invidie e silenzi le separa all’interno di un affetto più imposto che sincero. Una profonda novità nella vita di Sara obbligherà Irene a interrogarsi sulla propria identità, a riflettere sulla propria vita matrimoniale e a porsi le grandi domande esistenziali, fino a capire che «era tutto così falso». Tra tradimenti e non detti Irene riuscirà a scoprire gli inganni di una famiglia tranquilla, infelice, ma perfetta.

Quello che resta di Emanuela Amici è un romanzo introspettivo, che indaga il difficile rapporto tra due sorelle. Affronta uno dei sentimenti più reconditi e frequenti che lacera l’animo femminile, e non solo. Dipana il complesso viaggio di due sorelle durante il quale si liberano di segreti e bugie per ritrovare, ognuna di esse, un’isola di felicità nella propria anima.

Sulla superficie la vita di Rodolfo sembra scorrere normalmente, come quella di ciascuno di noi. Come non ci fosse un ieri, solo una sequela di domani ansiosi di darsi. Tutto appare possibile, le svariate opzioni affidate al libero arbitrio. Eppure, il protagonista non sa – nessuno lo sa mai – che il suo tragitto è inchiodato a un binario, che non ha scelto lui. Ci si trova sopra dall’inizio del suo viaggio, deciso da altri. La cui narrazione ha composto armamento, traverse e rotaie di scorrimento. E più della narrazione, quella mancata: il rimosso, il sottaciuto, il non detto. Rodolfo, infatti, ignora l’esistenza di un segreto che si porta addosso dalla nascita, un silenzio che giorno dopo giorno corrode il suo destino.

Il giorno di cui non si parla di Nikita Placco è una storia sulla verità, sul potere distruttivo del “non detto”, sulla costellazione della famiglia in perenne big bang, sull’amore e sulla genitorialità.

Continua… https://www.vignaclarablog.it/2019040485471/ponte-milvio-incontro-letterario-destini-incrociati/

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“Che fare del PD?” Il dibattito: Francesco Paolo Colucci

Riflessioni sul libro di Nocentini, “Che fare del PD?. Riflessioni sulla forma partito”

Francesco Paolo Colucci – già professore ordinario di Psicologia Sociale, Dipartimento di Psicologia, Università degli Studi di Milano Bicocca.

Il libro di Nocentini è rilevante in quanto propone un modello di partito nell’attuale contesto storico. Infatti, i partiti se sono in crisi – a partire dagli anni ’90, particolarmente in Italia per la situazione che si era determinata – non vanno considerati una “forma” di organizzazione politica obsoleta, come molti sostengono ripetendo un luogo comune. La Lega attualmente di successo è il partito italiano più longevo, e il Movimento 5 stelle, nelle sue ultime convulsioni, vorrebbe diventarlo. L’opportunità eventuale di coalizioni più ampie (proposta Calenda?) non deve portare alla liquidazione del Partito – vi è attualmente anche troppo “liquidità”. Quindi, il lavoro di Nocentini, in quanto affronta un problema di fondo – non è un instant book come le fatiche di molti leader nazionali – andrebbe diffuso, organizzando dibattiti, traducendo in documenti o articoli divulgativi i diversi temi che affronta.

Passando ai contenuti, ritengo – non credo solo per un biasdovuto alle mie ricerche –che le questioni teoriche di fondo affrontate da Nocentini siano riconducibili ai concetti gramsciani di “senso comune”, “buon senso”, rapporto elitites↔masse, “egemonia culturale”, “formazione di un nuovo senso comune”. Idee e concetti di Gramsci che possono essere rilevanti per l’attuale psicologia sociale della politica[1] L’autore infatti, oltre a citare in un punto il Quaderno 11 dove tali idee e concetti vengono sviluppati, individua come obiettivo finale del “Partito pensante” la “creazione di una coscienza collettiva” (p. 20); nel seguito si riferisce esplicitamente al “senso comune” collegandolo a una concetto dell’attuale psicologia cognitiva: “Il Partito fornisce un luogo e facilita attraverso un metodo le mappe cognitive che producono senso comune”; concetti sviluppati nel centrale Capitolo 4 dedicato al  “Partito pensante” . La “creazione di una coscienza collettiva” rinvia alla “formazione di un nuovo senso comune” consapevole e critico che si basa sul “buon senso”.

Contrariamente alla concezione più diffusa, nel pensiero di Gramsci – che riprende le idee di Vico sulla cultura e degli illuministi francesi (si veda in particolare la voce “senso comune” nella Grande Enciclopedia) – il senso comune non è riducibile, a quanto è ovvio, scontato, banale, ai luoghi comuni. Il senso comune è “polisemico e polimorfo”, si radica nella cultura più antica e insieme reinterpreta e ricostruisce le più attuali idee filosofiche e scientifiche, è contraddittorio: può essere retrogrado e innovativo, conservatore e rivoluzionario. Il suo “nucleo sano” è il “buon senso” inteso non come capacità di comprensione media o mediocre, come “rassegnata accettazione dell’esistente”, ma come capacità critica, che può essere presente in tutti, di smascherare le “fumesticherie dei filosofi”, delle ideologie dominanti, della religione; così come lo aveva già inteso Voltaire nel “Dizionario filosofico”.

Mai il buon senso – un buon senso generico e indefinito, quello che hanno coloro che la pensano come noi – è stato più invocato da politici e opinionisti, a destra e a manca , da maggioranza e opposizione come in questi nostri giorni e mai –come inteso da Voltaire e da Gramsci –  è stato più assente.

Naturalmente, il pensiero di Gramsci – spesso evocato per un omaggio di maniera –  può essere ancora vitale e valido se viene ripensato in rapporto alle mutate condizioni storiche.

Cosa si può intendere oggi per elités e masse, da quali gruppi sono costituite? Queste entità sociali se non vengono analizzate rischiano di essere mitiche, parole prive di significato. La “classe dirigente”, come la intendeva idealmente Benedetto Croce opportunamente richiamato da Nocentini (p.72), in Italia ha sempre avuto una esistenza precaria; oggi sembra scomparsa la stessa idea di “classe dirigente”.

Una particolare (e relativamente più semplice) declinazione di questa più generale questione riguarda il ruolo dei leader e dei gruppi dirigenti nel Partito; problema affrontato da Nocentini nei capitoli 8 “La classe politica” e 9 “La selezione del personale politico”.

Come è noto, particolarmente in Italia a partire dai primi anni ’90 in seguito alla discesa in campo di Berlusconi., è in atto un processo di “personalizzazione” di partiti e movimenti politici che finiscono per identificarsi con il leader. È un processo che può portare al successo, un successo ‘scadente’ nel duplice senso di scarsa utilità generale e di durata più o meno limitata: il partito declina e scompare con l’inevitabile declino e scomparsa del leader: si veda appunto il caso di Forza Italia. E’ l’inevitabile destino di tutti i gruppi autocratici, piccoli e grandi: le dittature finiscono, le democrazie continuano nel tempo. L’identificazione del partito con un leader va quindi contrastata e non scimmiottata. Questo non significa che non vi sia e che non vada risolto per il “Partito pensante” il problema del leader, che deve essere autorevole e riconoscibile, e insieme del gruppo dirigente, meglio dei “gruppi dirigenti” ai diversi livelli organizzativi delineati da Nocentini; in una parola il problema della leadership.

Si continua a ripetere – giustamente n quanto è una constatazione –  che il voto del 4 marzo in Italia, come prima l’elezione di Trump e il referendum a favore della Brexit sono la manifestazione di una separazione tra le aeree urbane più progredite e colte e le zone periferiche più retrograde, e soprattutto che sono l’effetto di un “fallimento delle elités”.

In primo luogo si deve evitare sia di disprezzare sia di sacralizzare, come una sorta di Ente Supremo indiscutibile al quale non si può che sottomettersi, la “volontà popolare” espressa dal “voto democratico” che, giova sempre ricordarlo, fu decisivo, a esempio, per l’ascesa al potere del fascismo e del nazismo. Si deve invece ipotizzare che il voto del 4 marzo è il sintomo di una pericolosa patologia che va compresa nella sua eziologia per passare a prognosi e terapia: le malattie non devono essere oggetto di disprezzo, ma di attenzione e cura.

Il “fallimento delle elités” evocato come causa di questa patologia può essere interpretato come il fallimento del rapporto dialettico, bidirezionale, elitites↔masse teorizzato da Gramsci come necessario per l’egemonia culturale.

Rinviando all’ampia letteratura su questo tema, qui si può ipotizzare che le elités di Sinistra , o quelle che avrebbero dovuto essere tali (politici, giornalisti, opinionisti, “filosofi” di professione…) hanno mancato il primo movimento, il presupposto stesso del processo dialettico al quale pensava Gramsci: non hanno compreso (capito e sentito dentro di sé ) e prima ancora non hanno visto né i bisogni delle masse né i bisognosi, gli altri, i marginali e gli emarginati invisibili perché non li si vuol vedere come spesso capita. Banalmente e in breve, si è visto, e vi è chi continua a vedere solo il bicchiere mezzo pieno; una sorta di emineglect che porta un soggetto, colpito da un danno cerebrale a essere inconsapevole di una parte dello spazio che lo circonda.

Dopo il 4 marzo la leadership sconfitta di un partito non pensante si è chiusa in un auto riferimento narcisistico che confina con l’autismo, rifiutando qualsiasi rapporto con il Movimento 5 Stelle, ovvero con i bisogni e i bisognosi che questo comunque rappresentava con la conseguente rinuncia a qualsiasi doveroso tentativo di egemonia culturale e politica.

Che fare? Cosa può e deve fare il Partito Pensante?

Due esempi si riferiscono a manifestazioni attuali dell’universo giovanile. Il primo si riferisce a VOLT, movimento diffuso in diversi paesi che esprime posizioni europeiste condivisibili che un Partito pensante potrebbe ‘comprendere’, fare proprie (Calenda ci sta provando). VOLT è prevalentemente rappresentativo di giovani con lauree prestigiose, esperienze di studio e lavoro in diversi paesi europei, in breve privilegiati. Ma vi sono gli altri, i non visti, che come tutti i non privilegiati sono molto più numerosi e disomogenei nella omogeneità dei loro bisogni e della loro emarginazione: i tanti laureati prodotti dalle nostre università con titoli di scarso prestigio, i sotto occupati e i disoccupati, i dispersi scolastici… Sono probabilmente quelli che hanno votato 5 Stelle e Lega. Probabilmente i giovani di VOLT e gli altri, hanno origini familiari, sociali, culturali e linguaggi affatto diversi. Che fare? Il compito difficile, come è usuale per la Sinistra, del Partito pensante consiste non solo nel ‘comprendere’ i bisogni di VOLT e prima ancora degli altri e oltre a questo nel porli in rapporto, facendo emergere che sono non divergenti, ma convergenti verso un obiettivo che deve essere condiviso per l’interesse di entrambi.

Un secondo caso di maggiore rilevanza è relativo al problema ecologico, “l’ecologa integrale” di cui si occupa Nocentini (cfr. in particolare pag. 34 e successive) anche questo espressione giovanile emergente, come si è visto in questi primi giorni di primavera. Ma, come è noto, la sensibilità ecologica è più sviluppata nei paesi e nei gruppi sociali che godono di un benessere diffuso; meno sviluppata, assente se non vissuta con ostilità nei paesi e nei gruppi sociali svantaggiati, tra gli altri. La sensibilità per la sopravvivenza futura richiede che prima sia assicurata l’esistenza attuale. Cosa non fare è (dovrebbe essere) facile da capire: non imporre dall’alto provvedimenti lodevolmente ecologici che ignorano e anzi contrastano i bisogni primari degli altri – al modo di Macron che, credendo di essere un sovrano illuminato del XVIII secolo, è emerso come esempio paradigmatico di fallimento delle elités, degli esperti: Macron, come dicono a Napoli, “tiene le scuole buone”, evidentemente non basta.

Il compito di un Partito pensante per una “ecologia integrata” è difficile ma inevitabile. Nuovamente deve far emergere le convergenze tra le necessità ecologiche e i bisogni primari; in primo luogo con una politica volta alla riduzione dell’emarginazione e del disagio sociali. E insieme il Partito pensante deve formare un “nuovo senso comune” che porti a un cambiamento dei comportamenti quotidiani; a partire di giovani che devono chiedere a se stessi, prima che ai governi, cosa fare per salvare l’ambiente, per uno “sviluppo sostenibile”, ovvero cambiare stile di vita: meno motorini e auto, meno hamburger, meno facili spostamenti di piacere con voli low cost…; se hanno ‘compreso’ il problema e se non vogliono auto illudersi o prendersi in giro.

Tutto questo, il rapporto efficace elitites↔masse e quindi i compiti del Partito pensante rinviano alla ‘comunicazione’ che può essere intesa come ‘azione comune’ finalizzata, anche attraverso il conflitto (polemos), a una condivisione, una visione condivisa. Una comunicazione che, se non vuol essere persuasione illusoria populista, deve essere coerente con e conseguente a una “prassi”, un agire politico.

Ma i mezzi e quindi processi di comunicazione sono profondamente cambiati rispetto ai primi decenni del secolo scorso e continuano a cambiare con progressiva rapidità – problema del cambiamento che Nocentini tratta nel capitolo 3° (“La policy del cambiamento”) partendo da quelle che può essere la “funzione degli intellettuali” (paragrafo 2°). Sono cambiamenti che trasformano e anzi travolgono le relazioni tra le persone. il ruolo delle tradizionali agenzie di socializzazione (famiglia, scuola, partiti…), soverchiate dalle nuove agenzie di socializzazione, a partire dalla TV commerciale, e da una ipertrofia dei flussi di informazione.

Che fare? Vanno utilizzati al massimo delle loro potenzialità i new media, evitando nello stesso tempo il “suivisme” verso certe modalità e mode; come i cinguettii prediletti dai leader populisti anziani (Trump) e giovani (gli esempi non mancano). Bisogna evitare una semplificazione del linguaggio che rischia di essere causa e insieme conseguenza di una semplificazione del pensiero. Il Partito pensante dovrebbe quindi – ai diversi livelli organizzativi individuati da Nocentini tra loro coordinati – condurre campagne di comunicazione utilizzando i mezzi più nuovi e quelli tradizionali (la contrapposizione “virtuale” vs “reale” è fuorviante in quanto anche il “virtuale” è reale). Una comunicazione martellante dedicata per periodi limitati (ad esempio una settimana) a singoli temi (a esempio secondo il modello del turbo marketing).

Nella corrente travolgente delle nuove modalità e dei nuovi processi di comunicazione il ruolo di un Partito pensante va potenziato. Sopra tutto tale Partito deve porre in atto una politica diretta a potenziare il ruolo della scuola – come ha spiegato Gramsci il luogo per eccellenza della lotta per l’egemonia culturale. Valorizzare la scuola vuol dire valorizzare quanti nella scuola lavorano a partire dalle/dagli insegnanti; e questo richiede che si intervenga, oltre che sulla loro formazione e selezione, sulle loro condizioni di lavoro a partire dagli stipendi attualmente sottodimensionati rispetto alla gravosità del lavoro. Stipendi adeguati migliorano le prestazioni professionali ed elevano il prestigio della professione; in questo caso delle/degli insegnanti agli occhi di genitori e studenti spesso perversamente alleati contro una categoria svalutata. Bisognerebbe inoltre estendere alle/a docenti delle scuole di ogni ordine e grado il diritto – attualmente riconosciuto solo ai prof. Universitari –  a periodici anni sabbatici; per ridurre il burn out e per riconoscere a tutti i docenti il diritto /dovere di aggiornarsi, studiare, fare ricerca… Può essere questa una delle proposte che connoti il nuovo PD?

Valorizzare la scuola se la patologia emersa in Italia con il voto del 4 marzo ha una delle sue cause in una formazione carente, in una anomia culturale, in una ignoranza da intendersi non come non conoscenza, ma come incapacità di conoscere e di pensare criticamente.


[1] Nel 1991 organizzai all’Istituto Gramsci dell’Emilia Romagna un convegno internazionale sulla problematica qui accennata  (“Praxis, senso comune, egemonia: la psicologia dei problemi sociali complessi”, Bologna: Istituto Gramsci dell’Emilia-Romagna, 1991, pp. 1-78) ripresa in ricerche empiriche di psicologia sociale della politica, a partire dalle elezoni del 1994, e in  lavori teorici successivi tra cui “The Relevance to psychology of Antonio Gramsci’s ideas on activity and common sense” in Yriö Engeström et al. (eds.), Perspectives on Activity Theory, Cambridge University Press, 1999, pp. 147-164;.e di recente con Leandro A. Rosa “Algumas considerações sobre a possível relevâcia do conceito gramsciano de senso comum para a psicologia da política”. Psicologia Política, Vol 17, n. 39 mai-ago 2017 pp. 351-369..

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Il futuro del lavoro spiegato da un direttore del personale alla figlia di 11 anni

Il primo libro del direttore delle risorse umane di Microsoft Pino Mercuri intervistato da Ilaria su quella che potrebbe essere la sua professione nel 2030 e su tutte le parole ‘difficili’ della tecnologia come chatbot o realtà virtuale

di Irene Consigliere

Corriere della Sera – 5 febbraio 2019

Il futuro del lavoro spiegato a mia figlia’ è il primo libro(Editore Licosia) di Pino Mercuri, direttore delle risorse umane di Microsoft Italia, e inaugura inoltre una collana di opere che hanno lo scopo di aiutare il lettore nella comprensione di uno dei cardini su cui poggia la nostra società, il lavoro che ci attende e tutti gli scenari futuri, le nuove tecnologie, le nuove mansioni, le prospettive incerte. Mercuri è soprattutto padre di tre figli, Gabriele, Ilaria e Michele, molto curiosi. Nel libro è la figlia Ilaria, oggi 11 anni, a ‘intervistarlo’ e lui cerca di semplificare concetti come quelli dello ’smart working’: perché oggi si può anche lavorare da casa, di spiegare a cosa servono e serviranno i robot e perché non dovrebbero sostituire definitivamente la presenza dell’uomo.

Che cosa sono le start up? E la Blockchain e anche i Chatbot sono altri dei quesiti che tormentano la giovane ‘professionista del futuro’ che non risparmia domande pure sulle app per i pagamenti e sulla realtà virtuale. Nel libro si ribadisce spesso il concetto che per qualunque tipo di professione oggi più che mai è importante continuare ad aggiornarsi perché alcuni lavori potrebbero cambiare radicalmente o non esserci neanche più. Presenti anche i contributi di altri 10 esperti di risorse umane, tra cui anche quello di Silvia Candiani, amministratore delegato Microsoft Italia, che ipotizzano lo scenario del mondo del lavoro nel 2030, quando Ilaria dovrebbe cominciare a fare le sue prime esperienze.

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Simonetta Ronco: “Con le nostre Donne nell’ombra facciamo ‘femminilismo’ culturale”

Intervista della Voce di Genova alla prof. ssa Simonetta Ronco, direttrice della collana Mnemosine di Licosia.

E’ nata a Genova la prima collana letteraria dedicata a donne rimaste nell’ombra, ma che meritano di essere conosciute. Ad aver ideato e a curare “Mnemosine” è la docente universitaria Simonetta Ronco, che ci racconta delle amanti genovesi di Mazzini e Totò, ma anche delle future iniziative

Le collane letterarie, per grandi, ma anche per bambine, in cui si ricordano donne famose del passato e del presente, stanno popolando. Ed è giusto che sia così, anzi, era ora. Ma nessuno prima ha pensato a tutta quella schiera di personaggi femminili rimasti nell’ombra, in ogni settore culturale e in genere nelle vita, e che, invece, hanno contribuito al successo degli uomini e al progresso sociale. Insomma, degli esempi positivi, che possono aiutare a sviluppare quello che Simonetta Ronco, docente di Diritto all’Università di Genova, definisce “femminilismo culturale”.

Infatti è grazie alla collana – unica in Italia – che ha ideato e che dirige, “Mnemosine – Donne nell’ombra”, per la casa editrice Licosia, che da oggi usciranno le monografie di figure femminili, genovesi, nazionali e internazionali, curate da un comitato scientifico tutto al femminile (costituito da Ilaria Costa, Paola Danti, Gabriella De Filippis, Giulia Cassini, Donatella Ferraris, Serafina Funaro, Rosa Elisa Giangoia, Alessandra Revello, Antonella Traverso).

E il primo volume, di cui è autrice proprio Simonetta Ronco, è “Giuditta Sidoli. Vita e amori”, che fu l’amate di Giuseppe Mazzini. E intanto anche l’Osservatore Romano ha parlato di Mnemosine per lo studio che sta facendo su Juliette Colbert Marchesa di Barolo, candidata a diventare Beata, per aver assistito le carcerate nell’800.

Come nasce questa collana all’interno della casa editrice Licosia, che non è genovese?

No, è di Salerno infatti. In realtà è nato tutto per caso, perché insegno Diritto all’Università di Genova e Licosia, che collabora con gli atenei, mi ha contattata per chiedermi se ero interessata a pubblicare qualcosa in ambito giuridico. Ma io feci una controproposta: avviare un progetto culturale basato sulle donne sconosciute. Questo perché era un’idea radicata in me da molto molto e aspettavo solo qualcuno che fosse disposto a crederci e a investire in un progetto del genere. Siccome a Genova non c’era nessuno e le altre case editrici pubblicano collane di donne già famose, la volontà era di creare un palcoscenico per mettere in luce queste donne che hanno fatto qualcosa di bello e particolare, lasciando un messaggio importante, ma che, però, nessuno ha avuto tempo e voglia di mettere in rilievo. Licosia, invece, è stata subito entusiasta e mi ha dato la direzione della collana. Per me è una missione.

È l’unica collana presente in Italia di questo genere?

È l’unica a livello locale e nazionale. Non ne esistono altre. Attualmente esce con un giornale nazionale una nuova collana di biografie femminili, ma sempre le solite, già note. Chi sono gli autori di Mnemosine? Il nostro comitato scientifico è tutto al femminile, ma gli autori possono essere sia donne che uomini. Li cerchiamo noi, ma si propongono anche loro: per esempio la prima donna entrata in Polizia nel 1951, quando ancora le donne non c’erano, si chiama Rosa Scafa, che vive a Trieste, ha oltre 90 anni, e ora una delle nostre componenti del comitato si sta attivando per scrivere di lei, cercando la documentazione e Rosa ne è entusiasta.

Chi sono le donne genovesi e liguri che avete tolto dall’ombra?

Liliana Castagnola, genovese, è stata l’amante di Totò e si è uccisa per lui. Ha sofferto molto per amore, lasciando un messaggio di grande dedizione nei suoi confronti. Se ne sta occupando Paola Farah Giorgi. Invece è quasi finita la storia di una umanista, Fabia Fagetti, nata nel 1908, il cui figlio, un ingegnere di Lerici, autore di altri libri, ne ha scritto la biografia. Fabia ha avuto una storia piuttosto avventurosa che meritava di essere raccontata: figlia di un docente del liceo Parini di Milano, radiato perché si era rifiutato di fare il saluto fascista, con la famiglia si era rifugiata nella casa di campagna; dopo una serie di vicissitudini, è stata tra le prime donne scrittrici del periodo Fascista, anche se poi ha interrotto l’attività, e, per una serie di eventi, è arriva a La Spezia.

Quanto sono “romanzate” le biografie?

Per niente, perché cerchiamo di mantenere valido il dato storico. Nelle vicende in cui c’è poco da dire storicamente, si cerca di raccontare meglio il personaggio o si inseriscono elementi di contorno, ma il contenuto morale, storico e di vita del personaggio resta rigoroso. Ogni libro comprenderà immagini, foto, a volte anche appendici documentali, come per esempio brani di racconti di Fabia Fagetti, perché lei è stata traduttrice di alcuni autori francesi famosi, come Henry Bordeaux, e ha scritto lei stessa alcune fiabe.

Donne migranti che hanno fatto fortuna all’estero?

Sto lavorando su Virginia Macchi, la nonna paterna di Fabia Fagetti, che a metà ‘800 viveva in un paese vicino a Como. Era molto bella, ma di umili origini, e fu data in moglie a un imprenditore del luogo che era andato a fare fortuna in Argentina, come ebanista, e che era tornato in Italia per sposarsi. Virginia andrà in Argentina, avrà otto figli, e avrà una bella vita. Ho trovato un manoscritto di Fabia Fagetti su di lei, conservato per la pubblicazione, ma mai pubblicato, quindi la monografia uscirà a nome di Fabia, con mia curatela, e sarà un modo per onorare sia la nonna che la nipote.

Donne che si sono finte uomini per aver successo?

Ci sono figure che hanno nascosto la propria femminilità. Per esempio nel ‘700 una ragazza aveva finto d’essere uomo per entrare nell’Esercito: voleva fare l’Ufficiale. In Italia è successo molto più tardi. Ci sono state, inoltre, donne che hanno simulato un atteggiamento mascolino per riuscire meglio nell’ambiente culturale in cui si trovavano. L’esempio più classico, anche se non è di donna nell’ombra, è George Sand, come anche Frida Khalo. Per loro era forse più una provocazione, ma per altre è stata una necessità per entrare nell’ambito lavorativo che altrimenti sarebbe stato loro precluso.

E in ambito artistico?

Oltre alle figure rimaste nell’ombra, perché non sono state sufficientemente conosciute, ce ne sono anche altre che hanno dei meriti personali di un certo rilievo, a livello artistico, ma che si sono viste portare via le attribuzioni, i meriti, e lo stile, dalle figure maschili intorno a loro, che erano più noti. Un po’ alla volta si scopre che esistono queste donne e tra i nostri obiettivi c’è anche quello di restituire loro quello che meritano.

Si parla molto, finalmente, di donne scienziate: quali sono quelle del passato rimaste in ombra?

Ho trovato un personaggio molto interessante, Anna Fraentzel Celli, dottoressa che tra la fine dell’800 e i primi del ‘900 andò a curare la malaria nelle paludi pontine. Divenne una sorta di nume tutelare di quelle donne pontine, quasi tutte malate.

Sono in previsione anche saggi storici su aspetti della vita femminile: per esempio quali?

Un’autrice di Torino vorrebbe scrivere sulla storia dell’istruzione privata femminile nell’Ottocento e c’è l’idea di scrivere sulle infermiere volontarie durante la resistenza della Repubblica Romana nel 1849: i soldati e i volontari feriti erano curati non da infermiere professionali, ma da un gruppo di donne, capitanate dalla principessa Cristina di Belgioioso, che si dedicarono interamente a questa missione. È un fenomeno che ci piacerebbe raccontare.

Il progetto non comprende solo la collana editoriale, ma anche altre iniziative culturali?

Sì, dopo la presentazione ufficiale, che si è tenuta il 12 dicembre nella Biblioteca Universitaria, ho avuto molte risposte positive e il successo ci ha stimolato, come comitato scientifico, a farlo diventare un progetto culturale a trecentosessanta gradi, che comprenda, quindi non solo la collana, ma anche iniziative da sponsorizzare, che tendano a realizzare lo stesso tipo di obiettivo, che secondo me è molto importante anche per le nuove generazioni, perché ritengo abbiano bisogno di esempi da seguire. Siccome quelli positivi, che valga la pena di ricordare, sono pochi, è giusto pensare anche a quelli appartenuti alla nostra famiglia, che sono da andare a ripescare: nonne, antenate, che abbiano fatto qualcosa di buono, specie chi ha attraversato periodi difficili, come le guerre. Il nostro è anche un servizio per chi ha voglia di mettere in campo forze positive per la gioventù e chi, tra figli, nipoti e pronipoti, aspirava a raccontare la storia di un antenato, ma poi non ha trovato il modo, magari perché non hanno gli strumenti letterari, non sanno scrivere o non hanno una casa editrice disposta a farlo.

Quale prossimo evento organizzerete?

L’8 marzo si terrà il convegno “Sono uscita dall’ombra”, in collaborazione col Teatro dell’Ortica di Anna Solaro. L’idea mi è venuta da una tesi di laurea di una giovane medico, seguita da Anna, sui percorsi di recupero, attraverso il teatro, di donne vittime di violenza.

Possiamo definire come un’operazione di “Femminismo culturale” questo progetto?

Su termine Femminismo ho sempre qualche remora, perché nei decenni ha acquisito un’accezione che non mi piace molto. Più che Femminismo direi che si tratta di una rivalutazione del ruolo della donna, che comunque, secondo me, non può mai essere parificata all’uomo, perché siamo diversi come propensioni e spirito. Il ruolo femminile, però, è molto più importante e fondamentale nella vita sociale e culturale. La donna è ispiratrice e musa, donna nell’ombra di grandi uomini, è quella che consente, con tutta la propria attività, di madre e moglie, di dare all’uomo quegli strumenti che gli permettono di andare avanti nella vita. Bisogna ridimensionare il suo ruolo non considerandola come individuo a sé, isolato dalla società, ma come individuo all’interno della coppia o comunque come veicolo di cultura e messaggi etici. È femminilismo 

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Pino Mercuri e il suo “Il futuro del lavoro spiegato a mia figlia” su VanityFair

Su VanityFair l’intervista a Pino Mercuri direttore delle Risorse Umane di Microsoft Italia e autore del volume “Il futuro del lavoro spiegato a mia figlia”, edito da Licosia nella collana “Il lavoro è cambiato. Cambiamo le regole” diretta da Francesco Rotondi, co-fondatore di Lab Law. Buona lettura.


Il Direttore delle Risorse Umane di Microsoft Italia spiega che cosa accadrà al mercato del lavoro e quello che serve per affrontare le sfide future

Il mondo del lavoro è fluido, cambia a ritmi vorticosi. Tra dieci anni alcune delle professioni che conosciamo spariranno, altre resisteranno, ma cambierà il modo di approcciare ad esse. Proprio per spiegare questi cambiamenti, Pino Mercuri, HR Manager a Microsoft Italia, ha usato l’approccio della spiegazione facile e immediata, come quella che si userebbe con un bimbo. Nello specifico è proprio la sua, di bimba, ad aver innescato l’idea del libro Il futuro del lavoro spiegato a mia figlia (Licosia edizioni). Ne parliamo con l’autore.

Da dove parte l’idea di questo libro?
«Parte in maniera casuale. Ho l’abitudine di prendere appunti costantemente, incluse delle conversazioni che facevo con i miei figli. Non avevo in testa l’idea di sviluppare un testo. Poi la possibilità di una collaborazione con l’editore su una collana dedicata al lavoro e l’idea di partire dagli appunti che spesso avevano come oggetto il mio lavoro, un argomento di interesse comune a tutti e tre i miei figli, così diversi e così distanti non solo per età».

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La rivolta di Sapri

Il prossimo sabato 2 febbraio a Sapri si terrà la presentazione del volume “La rivolta di Sapri”, edito da Licosia. Dibatteranno insieme all’autore Antonio Gentile, sindaco di Sapri; Alfonso Conte, ordinario di storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Salerno, Vincenzo De Luca, presidente della Regione Campania.

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“Il futuro del lavoro spiegato a mia figlia” in Microsoft

Si è svolta a Milano, presso la Microsoft House lo scorso 21 gennaio la presentazione del libro di Pino Mercuri, direttore delle Risorse Umane di Microsoft Italia, “Il futuro del lavoro spiegato a mia figlia”, edito da Licosia, con interventi di Silvia Candiani, amministratore delegato di Microsoft Italia; Francesco Rotondi, fondatore di Lab Law e direttore della collana di Licosia “Il lavoro è cambiato. Cambiamo le regole”; Isabella Covilli Faggioli, presidente AIDP; Roberto Proietto, direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale; Filippo Di Nardo, giornalista e saggista; Nunziante Mastrolia, editore della casa editrice Licosia.

Tra i vari spunti emersi, uno è quello che si è imposto con maggiore forza. Se è vero che c’è poco o nulla da temere dal progresso tecnologico e che, come nel passato, è possibile che i nuovi lavori che emergeranno saranno migliori, sotto molti punti di vista, rispetto al passato; nulla garantisce che le persone possano avere le competenze necessarie per svolgere quei lavori che il mercato e la produzione richiedono. E ciò accade anche perché la scuola continua ad essere impostata secondo una logica di tipo fordista che non forma e premia la creatività, che sarà il vero motore propulsore della crescita economica del futuro.

Di qui la necessità di avviare un dibattito nazionale per ripensare la scuola pubblica, le sue finalità, il modo stesso in cui essa si pone nei confronti dei giovani, se non si vuole perdere la competizione internazionale per accaparrarsi i posti di lavoro a maggiore contenuto di conoscenza e a maggiore valore aggiunto.

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Il futuro del lavoro in un libro

Si svolgerà il 21  gennaio a Milano (presso la Microsoft House, in viale Pasubio, 18), alle ore 18, la presentazione de “Il futuro del lavoro spiegato a mia figlia” di Pino Mercuri, direttore risorse umane di Microsoft Italia. Il libro è il primo della collana di “Il lavoro è cambiato. Cambiamo le regole” di Licosia, diretta da Francesco Rotondi, avvocato giuslavorista e Cofounder di Lablaw

Programma dell’evento:

18.00 INIZIO DEI LAVORI
WELCOME
Silivia candiani, Amministratore Delegato MicrosoftSALUTO ISTITUZIONALE
Cristina Tajani, Assessore alle politiche per il lavoro, Sviluppo economico, Università e Ricerca al Comune di MilanoMODERA
Filippo Di Nardo, Giornalista, saggista e responsabile relazioni esterne e istituzionali di LablawINTERVENGONO
Isabella Covili Faggioli, Presidente AIDP
Francesco Rotondi, avvocato giuslavorista e Cofounder di Lablaw
Nunziante Mastrolia, Docente presso Università Luiss ed editore Licosia

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La rivolta di Sapri

Si terrà il prossimo 5 dicembre presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Salerno il dibattito su “Le rivolte meridionali degli anni ’70”, che trae spunto dal volume “La rivolta di Sapri” di Franco Maldonato (Licosia). 


Nel 1979, alla fine di luglio, Sapri è in rivolta. «Bloccata la ferrovia al Sud, l’Italia si ferma a Sapri»: con questo titolo a tutta pagina, il ventinove luglio, Eugenio Scalfari apre la prima di “Repubblica”. Mille persone si sono assiepate sui binari e in trecento distesi sul selciato della Tirrenica Inferiore. L’Italia è spezzata in due! Il Mezzogiorno, a quel tempo, è ancora percorso da fremiti rivoltosi, con la polizia che spara, morti e feriti sulle barricate, uccisioni di cittadini che avevano avuto il solo torto di affacciarsi alla finestra, municipi messi a ferro e fuoco, interruzioni di pubblici servizi e delle grandi vie di comunicazione: Avola, Battipaglia, Reggio Calabria, L’Aquila e Eboli sono il teatro di questi avvenimenti, tipici di altre stagioni della vita nazionale. E infine Sapri, dove l’ospedale dopo trent’anni non è finito. E si muore perché non c’è nemmeno un’autoambulanza o non ha benzina o non c’è l’autista.

Franco Maldonato, avvocato, ha scritto per i quotidiani La Voce Repubblicana, Roma e Il Quotidiano della Basilicata, per i settimanali Gazzetta di Salerno e La Voce della Campania e per i mensili Tabloid, Verderame e La nuova giustizia . Ha pubblicato Mezzogiorno nuovo e antico (2004), La staffetta (2007) e, con lo storico Alfonso Conte, Gioacchino Murat, Re di Napoli (2011). Per i tipi di Iride (Rubbettino), è uscito nel 2015 il romanzo storico Teste mozze, che l’antropologo Marino Niola ha definito il NOI CREDEVAMO della letteratura.

De La Rivolta sono state già pubblicate due edizioni, nel 1985 e nel 1999. 

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Simonetta Ronco, Mnemosine e Giuditta Sidoli. Biblioteca Universitaria di Genova, 12 dicembre.

Si terrà il prossimo 12 dicembre nella splendida cornice della Biblioteca Universitaria di Genova la presentazione ufficiale della collana editoriale di Licosia, Mnemosine, diretta dalla prof.ssa Simonetta Ronco che è anche autrice del primo volume “Giuditta Sidoli. Vita e amori”, di cui si dibatterà in quella occasione.

La collana Mnemosine non è un semplice contenitore di opere edite, ma un vero progetto editoriale. Come scrive Simonetta Ronco: “Le donne sono figlie del proprio tempo, ma hanno anche la straordinaria capacità di superare i confini della storia e della cronaca per rimanere sempre attuali. Con la collana Mnemosine vogliamo dare vote a tutti i personaggi femminili trascurati o dimenticati, a quelle donne che hanno partecipato a vario titolo alla storia dei fatti e delle idee, fornendo un loro contributo di dedizione, amore, coraggio”

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Reclusione, presentazione libreria Pandora (Fabriano, 17 novembre)

Sabato 17 novembre si è svolta presso la libreria Pandora di Fabriano la presentazione del romanzo Reclusione di Alessandro Cartoni, di fronte a un pubblico numeroso e particolarmente attento. Ha introdotto il volume il giornalista Gian Pietro Simonetti con una ampia contestualizzazione delle tematiche care all’autore e opportuni riferimenti alle opere precedenti. Nel volume funzionano come trame narrative alcuni fili sottili che possono essere riassunti in tre elementi: un segreto familiare, l’assillo di una fantomatica procedura e il rapporto con la scuola. I capitoli, scritti in prima persona, sono scanditi in modo alternato e consentono di seguire le peripezie dell’eroe (che è ovviamente un antieroe) nei suoi spostamenti dalla casa in collina all’istituto. La scuola viene identificata con questo sostantivo dal sapore foucaultiano proprio per qualificarne la sostanza di “istituzione totale”, di dispositivo che contribuisce a saldare l’ordine sociale dispensando lacerti di reclusione quotidiana. Ma il termine “reclusione” che dà titolo al romanzo deve essere inteso anche nella sua spessa ambiguità e quindi anche in accezione positiva. Reclusione è anche il tentativo del protagonista di rinchiudersi con la sua donna nella grande casa in collina attendendo il momento propizio per ottenere giustizia. In atmosfere autunnali dai colori dark e in una spasmodica e straniata tensione si sviluppa una vicenda paradossale vissuta in presa diretta da una personalità come quella del protagonista a metà tra un disadattato e un serial killer. Tuttavia questo occhio, perturbante e perturbato, ci consente, attraverso la sua lente di percezione del mondo di intravedere cose e uomini in una luce differente.

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Il Melograno dell’Antica Paestum

Si è svolta lo scorso 27 ottobre la presentazione del volume “Il melograno dell’antica Paestum” (Licosia) di Fernando La Greca presso il Museo Archeologico di Paestum in occasione della seconda Festa del Melograno. 

Il volume si propone la promozione e la valorizzazione del melograno a tutti i livelli nel territorio salernitano, in connessione con l’antica Paestum. Vi sono raccolte in traduzione le principali fonti antiche sul melograno, in particolare quelle botaniche e mediche, confermate dalla scienza moderna, che evidenzia le sue molteplici virtù salutari e curative. Le numerose attestazioni archeologiche del melograno a Paestum ci assicurano che la pianta era una risorsa importante per la città. Culti, tradizioni e iconografia sopravvivono, in continuità con l’antico, nella figura della Madonna del Granato. Nell’insieme, la ricerca qui presentata è anche un modello e un esempio di come lo studio storico delle risorse di cui godevano gli antichi può consentire oggi la loro riproposizione negli stessi territori, generando occupazione e sviluppo economico.

FERNANDO LA GRECA è Ricercatore di Storia Romana presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Salerno, e Professore aggregato di Storia Romana e di Antichità Romane. Ha pubblicato volumi ed articoli su argomenti quali le divinità astratte nella religione romana, filosofia e politica a Roma al tempo dei Gracchi, Paestum romana e la sua riscoperta, le risorse economiche della Lucania antica, la cartografia storica del Mezzogiorno d’Italia, le tradizioni romane nella dialettologia e nel folklore.

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“Che fare del PD?” Il dibattito: Pietro Rubellini

La crisi dei modelli classici di rappresentanza collettiva di idee ed interessi che ha coinvolto partiti, associazioni e sindacati, ha portato ad una riflessione generale su nuovi metodi di aggregazione ed alla emersione di strumenti inediti. Potremmo usare l’anglismo “cyberparty” per indicare il Movimento 5stelle (almeno quello degli albori) e  riconoscere la piattaforma Rousseau come uno di questi strumenti nuovi. Ma anche questo nuovo schema di partito sta rapidamente mostrando falle. Anche il partito “becero” della Lega potrà avere successo in questa fase di protesta, addirittura europea, contro le politiche dei partiti del mainstream ma alla lunga dovra misurarsi con un necessario cambiamento dei toni nel momento di necessari accordi sulle politiche fattive. Nocentini con questo libro non ci fornisce  un’altra mirabolante nuova ricetta ma cerca di andare alle radici della crisi scoprendo o forse solo “riscoprendo” ciò che dovrebbe fare un partito: pensare. Il partito “pensante” é indipendente dallo strumento organizzativo attraverso cui si manifesta perché, come afferma Nocentini, “si organizza sulla base del pensiero che esprime” e “crea valore pubblico nella rete sociale”. E’ evidente che con questi presupposti il partito “pensante” è un partito che focalizza la propria azione sul “portare” il pensiero collettivo di coloro che rappresenta e credo che questa, pur nella sua agghiacciante semplicità, sia la vera formula salvifica di Nocentini non solo per il Pd ma per il sistema di rappresentatività partitica nel suo complesso.

Pietro Rubellini, già direttore generale della Città Metropolitana di Firenze, è attualmente direttore del Consiglio Comunale di Firenze.