Licosia Magazine

Prigionieri del materialismo storico

Nonostante sgravi fiscali, incentivi, detrazioni, bonus e massicce iniezioni di liquidità, come nel caso degli 80 euro, l’economia nazionale, la domanda interna in particolare, non riparte. E a questo punto c’è da scommettere che anche una consistente ondata d’investimenti pubblici non farà cambiare di molto le cose.

Di chi è la colpa di tutto ciò? Se Keynes aveva ragione (i politici ripetono soltanto le parole di filosofi ed economisti morti decenni addietro), allora il dito non lo si può puntare contro il presidente del Consiglio o il ministro dell’Economia. Dunque, la colpa di chi è? Potrà sembrare strano, ma secondo me è del barbuto di Treviri, Karl Marx. Mi spiego.

Dopo il crollo del Muro, Marx è stato messo giustamente in soffitta. Forse certo in maniera un po’ troppo sbrigativa, visto che su alcune cose sarebbe necessario ritornare a riflettere. Per dirne una tra le tante: contrariamente a quanto si sostiene, Eduard Bernstein, quanto meno per quanto riguarda l’analisi circa la salute dei ceti medi, aveva torto e Marx (tramite Karl Kautsky) aveva ragione. Il capitalismo brutale dell’800 non ha assunto un volto umano spontaneamente. La polarizzazione sociale ed economica prevista da Marx non si è verificata soltanto perché la società, la politica, le leghe operaie, il parlamento britannico hanno reagito (in questo senso Il capitale appare come una cronistoria di questa reazione) imponendo leggi che hanno umanizzato la fabbrica e risolto la questione operaia. In sintesi, se il ceto medio non si è impoverito, come previsto da Marx, è perché sindacati e partiti politici sensibili alla questione hanno lavorato perché ciò non accadesse. Qui vale un po’ quello che Bertrand Russell diceva del potere religioso: “qualsiasi miglioramento avvenuto nella Chiesa è da ascriversi ai suoi nemici”. Forse se avessimo riflettuto un po’ di più su questo aspetto non avremmo avuto quelle disuguaglianze che oggi spaccano la maggior parte dei paesi sviluppati e non ci saremmo fatti abbindolare dalle “Teoria dello sgocciolamento”.

In soffitta, dunque, quanto meno il Marx ideologo, andava messo e con lui un bel po’ di concetti, dalla dittatura del proletariato al mito della fuoriuscita dal capitalismo e della società senza stato.

Ma c’è un concetto del quale non ci siamo ancora liberati e che anzi, subdolamente, continua a condizionare l’intera nostra esistenza. E’ la concezione materialistica della storia. La convinzione cioè che le forze produttive siano la variabile indipendente del mutamento sociale.

C’è di più, nel concetto di materialismo storico si annida anche un’altra idea e cioè che sono i fattori materiali la causa da cui tutto scaturisce. L’economico, quindi, spiega l’economico e tutto ciò che economico non è, in quanto “religione, famiglia, Stato, morale, scienza, arte ecc. sono soltanto – si legge nei Manoscritti – particolari modi della produzione e cadono sotto la sua legge generale”; come tali essi “non hanno storia, non hanno sviluppo”, scrivono perentoriamente Marx ed Engels ne L’ideologia tedesca. E’ un’idea netta che condiziona le scelte di politica economica e paradossalmente impregna il modo di vedere di un bel po’ di liberisti dogmatici odierni o “integralisti di mercato”, come qualcuno li ha definiti, per i quali il mercato è la vera e unica misura del creato da cui tutto si genera: si dicono liberal-liberisti, si collocano a destra, ma ragionano da marxisti ortodossi.

Eppure il concetto di materialismo storico è stato abbondantemente sbugiardato in sede di ricerca storica e sociologica. Per dirne una: l’Impero cinese aveva più carbone dell’Inghilterra, ma la rivoluzione industriale nasce sulle isole britanniche e non in Cina. Perché? Perché là c’erano istituzioni liberali mentre nell’Impero di Mezzo c’era un sistema dispotico dove i sudditi potevano fare solo due cose: “tremare ed ubbidire”.

Non è dunque il dato materiale la variabile indipendente. Luigi Einaudi lo scrive come meglio non si potrebbe: “Chi cerca rimedi economici a problemi economici è su una falsa strada, la quale non può che condurre se non al precipizio. Il problema economico è l’aspetto e la conseguenza di un più ampio problema spirituale e morale”.

Giova ripetere: per risolvere un problema economico non si può utilizzare uno strumento economico. Il che è logico, visto che il dato economico è la variabile dipendente. Per dirla diversamente, il problema economico della stagnazione dei consumi e quindi della domanda aggregata non si risolve con la misura economica degli 80 euro né soltanto con un aumento degli investimenti.

Se la concezione materialistica della storia è sbagliata e il dato economico è una variabile dipendente, bisogna chiedersi cos’è che lo condiziona? La risposta è semplice: sono le aspettative collettive: “se le tendenze dell’animo si offuscano – scriveva Keynes – l’intraprendenza illanguidisce e muore”. Sono le aspettative collettive che condizionano la domanda aggregata e con essa gli investimenti privati e quindi l’occupazione.

L’impiegato che vede nero nel futuro gli 80 euro li risparmia e non li spende. Il neo assunto in un cantiere aperto – in puro stile keynesiano – con investimenti pubblici spende poco se teme di poter essere licenziato, senza avere la speranza di ritrovare a breve un nuovo posto di lavoro. Solo chi non vede nero nel futuro spende o investe e la cosa è tanto più vera per le nostre società aperte che sugli altari della fede pubblica hanno installato la fede nel progresso umano e cioè l’idea che domani, grazie al lavoro e all’intelligenza umana, sarà migliore di ieri.

A questo punto diventa necessario chiedersi come si può agire sulle aspettative collettive. Anche in questo caso la risposta è semplice: garantendo (e non togliendoli, come si sta facendo) diritti, che sono quella cosa che spetta a qualcuno indipendentemente dalla volontà di qualcun altro. Un diritto in particolare, dato che li comprende tutti: il diritto ad un’esistenza libera e dignitosa (è l’art. 36 della nostra Costituzione). E a questo obiettivo si arriva garantendo sia i diritti civili e politici, conquistati dalle grandi rivoluzioni liberali, sia i diritti sociali, che nel nostro ordinamento hanno dignità costituzionale.

Riprendendo la formula di Einaudi, i diritti sono lo strumento non economico per risolvere un più ampio problema morale e spirituale. Pertanto la vera politica economica che una società aperta, non affetta da materialismo storico, può fare è quella di garantire quei diritti sociali, che non sono altro che lo strumento per rendere reali per tutti le promesse formali delle libertà liberali. “Fa d’uopo dare all’uomo – le parole sono ancora di Einaudi – la sicurezza della vita materiale, dargli la libertà dal bisogno, perché egli sia veramente libero nella vita civile e politica”.

Se così stanno le cose allora si capisce perché il padre del Welfare State inglese è Winston Churchill, uno cioè che era totalmente estraneo all’influenza del materialismo storico. Tra l’altro, fu il suo governo a nominare nel 1941 William Beveridge, autore dell’omonimo Piano, da cui nasce lo Stato sociale inglese. L’incipit del Piano è netto: “l’espressione ‘protezione sociale’, come viene adottata in questa relazione, significa la garanzia di un reddito sicuro. Il piano di protezione sociale qui esposto è un piano per abolire il bisogno col mantenimento dei redditi. Ma un reddito sufficiente non basta di per sé stesso, e il liberarsi dal bisogno è soltanto una delle libertà essenziali dell’umanità”. Per questo il Piano si incardina su tre perni e cioè “sussidi all’infanzia, estesi servizi sanitari e di riabilitazione e il mantenimento degli impieghi”. Il che vuol dire, diritti all’infanzia, diritto alla salute e all’assistenza, diritto al lavoro e diritto ad un reddito che possa garantire una esistenza libera e dignitosa.

Se il ragionamento che si è fatto sin qui ha un qualche senso, allora forse il più efficace strumento per rilanciare i consumi è una politica di finanziamento di tutti i diritti costituzionalmente garantiti, tra i quali i diritti sociali, necessari a modificare in senso positivo le aspettative collettive.

Per fare un esempio. I cinesi risparmiano (e quindi non consumano) circa la metà delle loro entrate. Perché? Innanzitutto, per potersi pagare le salatissime cure mediche. Ora, a Pechino hanno deciso che è necessario ridurre la dipendenza del paese dalle esportazioni e crescere sulla base dei consumi interni. E come fare per far aumentare i consumi? Semplice, basta costruire un sistema sanitario nazionale pubblico (guardano con molto interesse al nostro sistema sanitario e alla Toscana in particolare). I risultati sembrano incoraggianti, se è vero quanto sostiene l’FMI e cioè che per ogni yuan speso dallo Stato in sanità, i consumi privati aumentano di due yuan. Sia chiaro, la Cina non è certo una società aperta, ma sul punto sembrano aver capito meglio di altri il meccanismo che lega diritti sociali, aspettative collettive e domanda aggregata.

Concludo riprendendo Einaudi: continuare ad utilizzare strumenti economici per risolvere il problema economico non può che condurre al precipizio. Se non incardinato all’interno di una politica di garanzia per tutti dei diritti costituzionali, qualsiasi intervento di politica economica si rivelerà un inutile sperpero di pubbliche risorse. La più efficace politica economica da fare, dunque, è una politica di garanzia per tutti dei diritti costituzionali.