Posted on

“Che fare del PD?” Il dibattito: Francesco Paolo Colucci

Riflessioni sul libro di Nocentini, “Che fare del PD?. Riflessioni sulla forma partito”

Francesco Paolo Colucci – già professore ordinario di Psicologia Sociale, Dipartimento di Psicologia, Università degli Studi di Milano Bicocca.

Il libro di Nocentini è rilevante in quanto propone un modello di partito nell’attuale contesto storico. Infatti, i partiti se sono in crisi – a partire dagli anni ’90, particolarmente in Italia per la situazione che si era determinata – non vanno considerati una “forma” di organizzazione politica obsoleta, come molti sostengono ripetendo un luogo comune. La Lega attualmente di successo è il partito italiano più longevo, e il Movimento 5 stelle, nelle sue ultime convulsioni, vorrebbe diventarlo. L’opportunità eventuale di coalizioni più ampie (proposta Calenda?) non deve portare alla liquidazione del Partito – vi è attualmente anche troppo “liquidità”. Quindi, il lavoro di Nocentini, in quanto affronta un problema di fondo – non è un instant book come le fatiche di molti leader nazionali – andrebbe diffuso, organizzando dibattiti, traducendo in documenti o articoli divulgativi i diversi temi che affronta.

Passando ai contenuti, ritengo – non credo solo per un biasdovuto alle mie ricerche –che le questioni teoriche di fondo affrontate da Nocentini siano riconducibili ai concetti gramsciani di “senso comune”, “buon senso”, rapporto elitites↔masse, “egemonia culturale”, “formazione di un nuovo senso comune”. Idee e concetti di Gramsci che possono essere rilevanti per l’attuale psicologia sociale della politica[1] L’autore infatti, oltre a citare in un punto il Quaderno 11 dove tali idee e concetti vengono sviluppati, individua come obiettivo finale del “Partito pensante” la “creazione di una coscienza collettiva” (p. 20); nel seguito si riferisce esplicitamente al “senso comune” collegandolo a una concetto dell’attuale psicologia cognitiva: “Il Partito fornisce un luogo e facilita attraverso un metodo le mappe cognitive che producono senso comune”; concetti sviluppati nel centrale Capitolo 4 dedicato al  “Partito pensante” . La “creazione di una coscienza collettiva” rinvia alla “formazione di un nuovo senso comune” consapevole e critico che si basa sul “buon senso”.

Contrariamente alla concezione più diffusa, nel pensiero di Gramsci – che riprende le idee di Vico sulla cultura e degli illuministi francesi (si veda in particolare la voce “senso comune” nella Grande Enciclopedia) – il senso comune non è riducibile, a quanto è ovvio, scontato, banale, ai luoghi comuni. Il senso comune è “polisemico e polimorfo”, si radica nella cultura più antica e insieme reinterpreta e ricostruisce le più attuali idee filosofiche e scientifiche, è contraddittorio: può essere retrogrado e innovativo, conservatore e rivoluzionario. Il suo “nucleo sano” è il “buon senso” inteso non come capacità di comprensione media o mediocre, come “rassegnata accettazione dell’esistente”, ma come capacità critica, che può essere presente in tutti, di smascherare le “fumesticherie dei filosofi”, delle ideologie dominanti, della religione; così come lo aveva già inteso Voltaire nel “Dizionario filosofico”.

Mai il buon senso – un buon senso generico e indefinito, quello che hanno coloro che la pensano come noi – è stato più invocato da politici e opinionisti, a destra e a manca , da maggioranza e opposizione come in questi nostri giorni e mai –come inteso da Voltaire e da Gramsci –  è stato più assente.

Naturalmente, il pensiero di Gramsci – spesso evocato per un omaggio di maniera –  può essere ancora vitale e valido se viene ripensato in rapporto alle mutate condizioni storiche.

Cosa si può intendere oggi per elités e masse, da quali gruppi sono costituite? Queste entità sociali se non vengono analizzate rischiano di essere mitiche, parole prive di significato. La “classe dirigente”, come la intendeva idealmente Benedetto Croce opportunamente richiamato da Nocentini (p.72), in Italia ha sempre avuto una esistenza precaria; oggi sembra scomparsa la stessa idea di “classe dirigente”.

Una particolare (e relativamente più semplice) declinazione di questa più generale questione riguarda il ruolo dei leader e dei gruppi dirigenti nel Partito; problema affrontato da Nocentini nei capitoli 8 “La classe politica” e 9 “La selezione del personale politico”.

Come è noto, particolarmente in Italia a partire dai primi anni ’90 in seguito alla discesa in campo di Berlusconi., è in atto un processo di “personalizzazione” di partiti e movimenti politici che finiscono per identificarsi con il leader. È un processo che può portare al successo, un successo ‘scadente’ nel duplice senso di scarsa utilità generale e di durata più o meno limitata: il partito declina e scompare con l’inevitabile declino e scomparsa del leader: si veda appunto il caso di Forza Italia. E’ l’inevitabile destino di tutti i gruppi autocratici, piccoli e grandi: le dittature finiscono, le democrazie continuano nel tempo. L’identificazione del partito con un leader va quindi contrastata e non scimmiottata. Questo non significa che non vi sia e che non vada risolto per il “Partito pensante” il problema del leader, che deve essere autorevole e riconoscibile, e insieme del gruppo dirigente, meglio dei “gruppi dirigenti” ai diversi livelli organizzativi delineati da Nocentini; in una parola il problema della leadership.

Si continua a ripetere – giustamente n quanto è una constatazione –  che il voto del 4 marzo in Italia, come prima l’elezione di Trump e il referendum a favore della Brexit sono la manifestazione di una separazione tra le aeree urbane più progredite e colte e le zone periferiche più retrograde, e soprattutto che sono l’effetto di un “fallimento delle elités”.

In primo luogo si deve evitare sia di disprezzare sia di sacralizzare, come una sorta di Ente Supremo indiscutibile al quale non si può che sottomettersi, la “volontà popolare” espressa dal “voto democratico” che, giova sempre ricordarlo, fu decisivo, a esempio, per l’ascesa al potere del fascismo e del nazismo. Si deve invece ipotizzare che il voto del 4 marzo è il sintomo di una pericolosa patologia che va compresa nella sua eziologia per passare a prognosi e terapia: le malattie non devono essere oggetto di disprezzo, ma di attenzione e cura.

Il “fallimento delle elités” evocato come causa di questa patologia può essere interpretato come il fallimento del rapporto dialettico, bidirezionale, elitites↔masse teorizzato da Gramsci come necessario per l’egemonia culturale.

Rinviando all’ampia letteratura su questo tema, qui si può ipotizzare che le elités di Sinistra , o quelle che avrebbero dovuto essere tali (politici, giornalisti, opinionisti, “filosofi” di professione…) hanno mancato il primo movimento, il presupposto stesso del processo dialettico al quale pensava Gramsci: non hanno compreso (capito e sentito dentro di sé ) e prima ancora non hanno visto né i bisogni delle masse né i bisognosi, gli altri, i marginali e gli emarginati invisibili perché non li si vuol vedere come spesso capita. Banalmente e in breve, si è visto, e vi è chi continua a vedere solo il bicchiere mezzo pieno; una sorta di emineglect che porta un soggetto, colpito da un danno cerebrale a essere inconsapevole di una parte dello spazio che lo circonda.

Dopo il 4 marzo la leadership sconfitta di un partito non pensante si è chiusa in un auto riferimento narcisistico che confina con l’autismo, rifiutando qualsiasi rapporto con il Movimento 5 Stelle, ovvero con i bisogni e i bisognosi che questo comunque rappresentava con la conseguente rinuncia a qualsiasi doveroso tentativo di egemonia culturale e politica.

Che fare? Cosa può e deve fare il Partito Pensante?

Due esempi si riferiscono a manifestazioni attuali dell’universo giovanile. Il primo si riferisce a VOLT, movimento diffuso in diversi paesi che esprime posizioni europeiste condivisibili che un Partito pensante potrebbe ‘comprendere’, fare proprie (Calenda ci sta provando). VOLT è prevalentemente rappresentativo di giovani con lauree prestigiose, esperienze di studio e lavoro in diversi paesi europei, in breve privilegiati. Ma vi sono gli altri, i non visti, che come tutti i non privilegiati sono molto più numerosi e disomogenei nella omogeneità dei loro bisogni e della loro emarginazione: i tanti laureati prodotti dalle nostre università con titoli di scarso prestigio, i sotto occupati e i disoccupati, i dispersi scolastici… Sono probabilmente quelli che hanno votato 5 Stelle e Lega. Probabilmente i giovani di VOLT e gli altri, hanno origini familiari, sociali, culturali e linguaggi affatto diversi. Che fare? Il compito difficile, come è usuale per la Sinistra, del Partito pensante consiste non solo nel ‘comprendere’ i bisogni di VOLT e prima ancora degli altri e oltre a questo nel porli in rapporto, facendo emergere che sono non divergenti, ma convergenti verso un obiettivo che deve essere condiviso per l’interesse di entrambi.

Un secondo caso di maggiore rilevanza è relativo al problema ecologico, “l’ecologa integrale” di cui si occupa Nocentini (cfr. in particolare pag. 34 e successive) anche questo espressione giovanile emergente, come si è visto in questi primi giorni di primavera. Ma, come è noto, la sensibilità ecologica è più sviluppata nei paesi e nei gruppi sociali che godono di un benessere diffuso; meno sviluppata, assente se non vissuta con ostilità nei paesi e nei gruppi sociali svantaggiati, tra gli altri. La sensibilità per la sopravvivenza futura richiede che prima sia assicurata l’esistenza attuale. Cosa non fare è (dovrebbe essere) facile da capire: non imporre dall’alto provvedimenti lodevolmente ecologici che ignorano e anzi contrastano i bisogni primari degli altri – al modo di Macron che, credendo di essere un sovrano illuminato del XVIII secolo, è emerso come esempio paradigmatico di fallimento delle elités, degli esperti: Macron, come dicono a Napoli, “tiene le scuole buone”, evidentemente non basta.

Il compito di un Partito pensante per una “ecologia integrata” è difficile ma inevitabile. Nuovamente deve far emergere le convergenze tra le necessità ecologiche e i bisogni primari; in primo luogo con una politica volta alla riduzione dell’emarginazione e del disagio sociali. E insieme il Partito pensante deve formare un “nuovo senso comune” che porti a un cambiamento dei comportamenti quotidiani; a partire di giovani che devono chiedere a se stessi, prima che ai governi, cosa fare per salvare l’ambiente, per uno “sviluppo sostenibile”, ovvero cambiare stile di vita: meno motorini e auto, meno hamburger, meno facili spostamenti di piacere con voli low cost…; se hanno ‘compreso’ il problema e se non vogliono auto illudersi o prendersi in giro.

Tutto questo, il rapporto efficace elitites↔masse e quindi i compiti del Partito pensante rinviano alla ‘comunicazione’ che può essere intesa come ‘azione comune’ finalizzata, anche attraverso il conflitto (polemos), a una condivisione, una visione condivisa. Una comunicazione che, se non vuol essere persuasione illusoria populista, deve essere coerente con e conseguente a una “prassi”, un agire politico.

Ma i mezzi e quindi processi di comunicazione sono profondamente cambiati rispetto ai primi decenni del secolo scorso e continuano a cambiare con progressiva rapidità – problema del cambiamento che Nocentini tratta nel capitolo 3° (“La policy del cambiamento”) partendo da quelle che può essere la “funzione degli intellettuali” (paragrafo 2°). Sono cambiamenti che trasformano e anzi travolgono le relazioni tra le persone. il ruolo delle tradizionali agenzie di socializzazione (famiglia, scuola, partiti…), soverchiate dalle nuove agenzie di socializzazione, a partire dalla TV commerciale, e da una ipertrofia dei flussi di informazione.

Che fare? Vanno utilizzati al massimo delle loro potenzialità i new media, evitando nello stesso tempo il “suivisme” verso certe modalità e mode; come i cinguettii prediletti dai leader populisti anziani (Trump) e giovani (gli esempi non mancano). Bisogna evitare una semplificazione del linguaggio che rischia di essere causa e insieme conseguenza di una semplificazione del pensiero. Il Partito pensante dovrebbe quindi – ai diversi livelli organizzativi individuati da Nocentini tra loro coordinati – condurre campagne di comunicazione utilizzando i mezzi più nuovi e quelli tradizionali (la contrapposizione “virtuale” vs “reale” è fuorviante in quanto anche il “virtuale” è reale). Una comunicazione martellante dedicata per periodi limitati (ad esempio una settimana) a singoli temi (a esempio secondo il modello del turbo marketing).

Nella corrente travolgente delle nuove modalità e dei nuovi processi di comunicazione il ruolo di un Partito pensante va potenziato. Sopra tutto tale Partito deve porre in atto una politica diretta a potenziare il ruolo della scuola – come ha spiegato Gramsci il luogo per eccellenza della lotta per l’egemonia culturale. Valorizzare la scuola vuol dire valorizzare quanti nella scuola lavorano a partire dalle/dagli insegnanti; e questo richiede che si intervenga, oltre che sulla loro formazione e selezione, sulle loro condizioni di lavoro a partire dagli stipendi attualmente sottodimensionati rispetto alla gravosità del lavoro. Stipendi adeguati migliorano le prestazioni professionali ed elevano il prestigio della professione; in questo caso delle/degli insegnanti agli occhi di genitori e studenti spesso perversamente alleati contro una categoria svalutata. Bisognerebbe inoltre estendere alle/a docenti delle scuole di ogni ordine e grado il diritto – attualmente riconosciuto solo ai prof. Universitari –  a periodici anni sabbatici; per ridurre il burn out e per riconoscere a tutti i docenti il diritto /dovere di aggiornarsi, studiare, fare ricerca… Può essere questa una delle proposte che connoti il nuovo PD?

Valorizzare la scuola se la patologia emersa in Italia con il voto del 4 marzo ha una delle sue cause in una formazione carente, in una anomia culturale, in una ignoranza da intendersi non come non conoscenza, ma come incapacità di conoscere e di pensare criticamente.


[1] Nel 1991 organizzai all’Istituto Gramsci dell’Emilia Romagna un convegno internazionale sulla problematica qui accennata  (“Praxis, senso comune, egemonia: la psicologia dei problemi sociali complessi”, Bologna: Istituto Gramsci dell’Emilia-Romagna, 1991, pp. 1-78) ripresa in ricerche empiriche di psicologia sociale della politica, a partire dalle elezoni del 1994, e in  lavori teorici successivi tra cui “The Relevance to psychology of Antonio Gramsci’s ideas on activity and common sense” in Yriö Engeström et al. (eds.), Perspectives on Activity Theory, Cambridge University Press, 1999, pp. 147-164;.e di recente con Leandro A. Rosa “Algumas considerações sobre a possível relevâcia do conceito gramsciano de senso comum para a psicologia da política”. Psicologia Política, Vol 17, n. 39 mai-ago 2017 pp. 351-369..