Il turista a digiuno di conoscenze storiche, che si aggira tra antiche rovine o moderne città, non può fare altro che stare con il naso all’insù, la bocca aperta e ripetere, ad intervalli più o meno regolari, un’espressione di apprezzamento del tipo “che bello!”. In alternativa, se il suddetto turista intende darsi una certa aria può ricorrere all’espressione “molto interessante”, che fa intendere il proseguire di una intima riflessione. Inoltre, utilizzando quest’ultima espressione, senza specificare perché, o rispetto a cosa ciò che si sta vedendo debba considerarsi interessante, si produce un effetto amplificato su chi ascolta. Entrambe le espressioni possono essere accompagnate da un gran numero di foto, che hanno una funzione consolatoria per il nostro turista, in quanto queste non sono altro che – almeno a livello teorico – “memento” digitali che serviranno all’autore ad approfondire la storia di quanto ha visto una volta che ha fatto ritorno a casa. Cosa che puntualmente non accadrà.

Jose Ortega y Gasset

Jose Ortega y Gasset

Allo stesso modo, quanti non conoscono la storia, spesso plurisecolare, di ciò che mangiano non possono fare altro che ricorrere, ad intervalli più o meno regolari, ad espressioni del tipo “che buono!” o, in alternativa, anche in questo caso, ad un generico “molto interessante”.

Volendo estrapolare una generalizzazione da queste poche righe si può dire che si viaggia con la “coscienza storica” o “ragione storica” per dirla con Ortega y Gasset. Di conseguenza, il viaggiatore, che non conosce la storia dei posti che visita, in realtà non riesce a vederli davvero. Non ne sente il battito.

Allo stesso modo, si mangia meglio se si ha la “coscienza storica” di ciò che si mangia e sapere che le lagane (le lasagne) erano un piatto amato da Cicerone e Orazio conferisce loro una fragranza in più. Ammesso che si sappia chi era Cicerone o Orazio, ovviamente. In sintesi, è vero che servono tutti i sensi per mangiar e bere bene, ma serve anche la conoscenza della storia di ciò che si mangia, per poterli assaporare a pieno.

C’è un ulteriore aspetto da mettere in evidenza. I gusti (e i prodotti che quei gusti esprimono) variano di pochissimo nei secoli. E questo perché di generazione in generazione le mamme insegnano ai propri figli quella stessa idea di buono che hanno a loro volta appreso. Ed anche quando qualcosa di “nuovo” appare, questo viene trasformato, adattato ed incorporato quasi a forza nei gusti che si riconoscono come familiari; non è un caso, come fa notare Montanari, che della patata (la novità) se ne fecero gnocchi (il già conosciuto) e del pomodoro (il nuovo) se ne fece una salsa (cosa antichissima se si pensa al garum dei romani). Questo significa che i gusti (ed i prodotti) posso avere una storia millenaria. In sintesi: i cibi e i gusti hanno una storia plurisecolare che è importante raccontare per bere e mangiare meglio.

E’ questo il sostrato teorico sui cui si basa la nuova collana di Licosia Edizioni intitolata “La grande storia delle piccole cose”, e diretta da Silvana Vecchio dell’Università di Ferrara, che si colloca nell’ambito di quella vera e propria rivoluzione della storiografia che fu la rivista Annales d’histoire économique et sociale di Marc Bloch e Lucien Febvre e poi di Henri Pirenne e Fernand Braudel e poi ancora di Jacques Le Goff, Pierre Nora e Michel Vovelle.

Etichetta Spuma Polara

Etichetta Spuma Polara

Certo qui l’ambito è volutamente più ristretto, quasi (non a caso) domestico e l’attenzione è rivolta, per l’appunto, ai cibi ed agli oggetti che compongono la nostra quotidianità. E’ l’idea che dietro ad un cibo, ad una bevanda, a quegli oggetti di cui sono pieni i cassetti delle nostre case vi sia una storia plurisecolare, un’idea geniale o l’evoluzione di una lunga tradizione. Una grande storia – per l’appunto – delle piccole cose.

E’ per questo che questa collana ha più sfaccettature. La prima, certo non in ordine gerarchico o di priorità, è una storia dei singoli, anche minimi, prodotti alimentari. Alcuni esempi in questo senso sono i volumi che saranno dedicati alla Storia della Mozzarella; alla Storia del Chinotto o della Spuma; alla Storia del Sale; alla Storia dell’Espresso; o alla storia dei vitigni (non per ora dei vini), come ad esempio la Storia della Vernaccia o dell’Aglianico; la Storia dell’Olio o La grande storia dei liquori italiani, dal Cordiale al Rosolio.

In questo stesso ambito rientra la grande storia anche dei piccoli oggetti quotidiani come La storia della Forchetta, invenzione italiana, pare dovuta al diffondersi della pasta; o La storia del Cavatappi, uno strumento a cui ingiustamente si dedica poca attenzione ma che pare sia stato disegnato da Leonardo da Vinci, ed è un perno indispensabile, senza il quale non vi sarebbe stata l’industria del vetro per le bottiglie o quella del sughero per i tappi e senza il quale, probabilmente, il mondo del vino, della sua conservazione e commercializzazione, ora sarebbe totalmente differente.

Collezione cavatappi

Collezione cavatappi

Vi sono poi le “Storie delle tecniche” legate al mondo dell’agro-alimentare. Tecniche antiche e spesso frutto di sofisticata intelligenza. Qualche esempio: La storia della Potatura, un’innovazione di per sé straordinaria se si pensa a quanto sia contro intuitiva l’idea che per migliorare la resa di una pianta sia necessario tagliarne alcune parti; o ancora La storia della produzione del gelato o La storia della produzione della pasta.

La seconda sfaccettatura di questa collana riguarda il “Perché delle tradizioni” e parte dal presupposto che c’è stato un tempo in cui ogni tradizione è stata una innovazione. Una innovazione, evidentemente, ben riuscita. Ebbene, si tratta di risalire nel tempo, andare ad individuare quel momento e raccontarlo.

Per fare qualche esempio. Perchè il pane in Italia ha così tante forme, che mutano spesso con il mutare di una regione o anche di una valle? Si pensi agli enormi pani della Lucania o ai fragilissimi fogli del pane Carasau sardo. Per soddisfare quale bisogno, quale esigenza sono state pensate quelle forme di pane? In questa prospettiva si tratterebbe di spiegare storicamente il perché un certo territorio abbia una particolare “vocazione”. Vocazione territoriale: espressione vacua e vanamente ripetuta ad ogni piè sospinto. Espressione vuota se non se ne ricostruisce la storia.

Illustrazione di Michele Tranquillini. Fonte: corriere.it

Perché ad esempio l’allevamento del maiale in Emilia? La risposta la si trova in un volume di Arnold Toynbee, L’eredità di Annibale, che, sulla scorta di Polibio e Strabone, colloca l’inizio di quella tradizione nel I secolo a.C. come conseguenza del grande rivolgimento causato dalle guerre annibaliche e ne spiega le ragioni. O ancora, perché la mozzarella nella piana di Paestum o i confetti a Sulmona? Come nel caso dell’Emilia, si tratta di fare ciò che ha fatto Toynbee e ricostruire la storia, o meglio, l’archeologica di tante tradizioni.

C’è, infine anche un’altra sfaccettatura, che qui vale la pena solo accennare, vale a dire la riedizione dei “classici” della cucina, da Apicio al Liber de coquina al De’ Sorbetti di Filippo Baldini del 1775.

In conclusione, le tradizioni e le vocazioni eno-gastronomiche dei mille territori italiani sono storie antichissime che sono sopravvissute ai secoli e che vanno raccontate perchè sono il contatto più diretto, tangibile, quasi intimo, con la nostra storia millenaria, con le generazioni dei nostri avi; sono forse le più robuste radici di un popolo strano, come quello italiano che, pur non avendo più nemmeno il ricordo di quella fame che ha patito per secoli, non rinuncia a parlare di cibo neanche mentre sta mangiando. Sono tradizioni e vocazioni quelle dell’eno-gastronomia italiana che vanno raccontate per poter mangiare e bere, e dunque vivere, meglio.